“Il confine del paradiso” di Esmè W. Wang: il baratro sociale della malattia mentale

malattia mentale

Non ho mai conosciuto nessuno che si sia suicidato, e quindi non ho mai visto una lettera d’addio, anche perché di solito le ultime parole delle anime neglette che decidono di condannarsi vengono conservate in privato. Malgrado ciò non riesco a non pensare che queste lettere debbano essere molto simili, perché cos’altro si può dire se non continuare a ripetere Mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace tanto, nello stesso modo in cui chi si innamora riesce a dire solo Ti amo, ti amo, ti amo […].

Eccolo, l’incipit di questo libro d’esordio. Il momento in cui capisci, se ancora non era chiaro, che questo sarà un libro forte e doloroso. Pronto a spezzarti, se non sei attento.

La storia è semplice e complicata allo stesso tempo. Provo a raccontartela nel modo più semplice possibile.
Tutto parte nel 1935, quando David inizia a raccontare la sua vita, l’origine delle sue nevrosi e del giorno in cui, ancora bambino, si innamora di questa meravigliosa creatura, colei che resterà impressa nel suo cuore – e nei suoi pensieri – fino alla fine dei suoi giorni: Marianne Orlich.
Nonostante il racconto di quest’infanzia porti inevitabilmente a lei, il sodalizio tra i due innamorati non andrà a buon fine. Lo scoglio della malattia mentale è superabile, secondo il pater familias Orlich, ma il fatto che David non stia costruendo un futuro lavorativo per lui no.

É così che David, deluso e addolorato, cercherà di fuggire da quel mondo che non lo comprende e non lo rende felice, approdando a Taiwan. Si innamora, di nuovo perdutamente. Cambierà il nome a questa donna che chiede in sposa, la porterà con sé in America, costruirà per loro una casa in cui vivere.

Così, alla domanda ovvia e dolorosa del perché avessi sposato quella donna, risponderei che adoravo i suoi gomiti appuntiti, quasi frastagliati; amavo quanto sembrasse sconveniente sfilarle le scarpe di cuoio bicolori, cosa che mi lasciava ancora fare durante il sesso anche se in casa non tenevamo mai le scarpe; le slacciavo per rivelare i suoi calzini bianchi e i suoi piedi che allora consideravo perfettamente modellati. […] A volte pensavo che il cuore mi sarebbe saltato fuori dal petto; a volte non volevo altro che poterla guardare per sempre. Per quale altro motivo la gente si innamora?

La malattia mentale, che lo ha accompagnato sin dai primi anni della sua vita, continua a tormentarlo, a renderlo instabile. Dopo la nascita della seconda figlia gli eventi prenderanno un risvolto negativo, tutto sarà rapido e porterà ad un isolamento sempre più accentuato: questa famiglia, in sostanza, cessa di esistere per  “il secolo”, per il mondo esterno, per la società, che viene dipinta sempre più malvagia e pericolosa.

Alla fine tornai a comportarmi normalmente, ma quanto era successo l’anno precedente mi aveva menomato, come se mi avesse investito una macchina, e non potevo nemmeno mostrare le cicatrici.

Questo libro si è rivelato un interessante spunto di riflessione su ciò che spesso la malattia mentale comporta: un progressivo isolamento dal mondo, una non comprensione delle dinamiche altrui, azioni compiute per un istinto di protezione che spesso diventano controproducenti.

Un romanzo corale, in cui a parlare sono tutti i protagonisti, pronti a raccontare la loro visione di questa vicenda tanto affascinante quanto assurda. Se mentre leggi credi di essere arrivato ad un punto di non ritorno, è perchè non hai ancora letto la pagina successiva, e quella successiva ancora. Le righe scritte da quest’esordiente hanno la capacità di sorprenderti ogni volta di più.

Il mio unico rimpianto era questo: […] di avere una sola vita in cui prendere decisioni.

Un sistema familiare sempre più chiuso, una famiglia, oserei dire, patologica sotto quasi ogni aspetto, momenti duri da raccontare, eppure una scrittura così vivida da sembrare reale, presente. Ho odiato Daisy come credo di aver odiato altri pochi personaggi nella mia vita di lettrice. Avrei voluto schiaffeggiare William in alcuni momenti. Uno schiaffo in pieno viso per lui, spesso inconsapevole pedina della vita e degli eventi.
Saranno David e Gillian a diventare i miei personaggi preferiti, le persone che forse soffrono più di tutte, quelle che avrei voluto salvare in ogni momento.

É un libro forte, Il confine del paradiso. Un libro che, come dice il titolo, si muove sui bordi, su quella linea sottile su cui è difficile rimanere in equilibrio, senza sbilanciarsi troppo né a destra né a sinistra, continuando a seguire la linea tracciata, delicata e difficile. Ed Esmé Wang ci riesce alla perfezione.

All’epoca la malattia stava già crescendo dentro di me. Mi preoccupavo per il mio corpo e per le cellule che si dividevano, perché l’idea che la mia pelle fosse ricoperta di pori invisibili mi sembrava repellente allo stesso modo in cui a lezione di biologia trovavo repellente l’apertura degli stomi; avevo paura che la mia anima fuoriuscisse da quei buchi, lasciando il mio corpo come un guscio vuoto con cui affrontare giorni terribili e infiniti.


  • Titolo: Il confine del paradiso (★★★★☆)
  • Autore: Esmé Weijun Wang
  • Copertina flessibile: 414 pagine
  • Editore: Lindau
  • Collana: Contemporanea

Prezzo di copertina: € 19,50.
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Foto: copertina libro. Originale qui.

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